Tra le valli del Trigno e del Sinello, a 264 metri di altitudine, sorge Cupello, in odore di Molise, di quei paesi dall’aria serafica, che spuntano tra i declivi collinari di cui la provincia di Chieti è ricca. Il suo nome vi fa simpatia: pare che derivi dalla presenza nel territorio di grandi cave d’argilla, idonea alla fabbricazione di tegole (le “cuppelle”) per ricoprire le abitazioni. Un’altra ipotesi farebbe risalire il termine al greco “to kupellon”, cioè coppa, tazza, oppure al latino, “capella”, capretta.

Qualunque sia il suo significato, il borgo si presenta ai vostri occhi gradevole, con una storia relativamente giovane. Le notizie dell’attuale abitato risalgono infatti al XVI secolo quando i D’Avalos, marchesi di Vasto, dopo il terribile terremoto del 1456, favorirono l’agricoltura utilizzando colonie di schiavoni, popoli slavi scacciati dai Balcani a causa delle incursioni turche, costretti ad approdare sull’opposta riva adriatica (da cui probabilmente scaturì il vecchio nome di Cupello, Villa degli Schiavoni).

Tuttavia, in località Colle Polercia, a circa 2 km dal centro, sono stati individuati i resti di un grande complesso residenziale rurale, legato all’attività agricola, la cui struttura originaria sembrerebbe risalire ai primi decenni dell’età imperiale romana.  Il complesso fu successivamente ampliato nel III-IV secolo d.C., con l’aggiunta di un impianto termale privato, rifornito da una cisterna di cui potete vedere i resti. 
Passeggiate con tranquillità per le vie del borgo, che abbiamo definito serafico, ma che circa 80 anni fa, durante la Seconda guerra mondiale, pagava un doloroso tributo di sangue e per questo insignito della Medaglia di Bronzo al Merito Civile.

Visitate le chiese della Natività di Maria Santissima, con un bel portale in bronzo, e della Madonna del Ponte, chiamata anche “Chiesa vecchia”, in ricordo dell’edificio religioso danneggiato dai bombardamenti del 1943, demolito e ricostruito nel 1956 così come vi appare oggi. All’interno, ammirate in una nicchia marmorea la statua lignea della Madonna del Ponte, del XV secolo, mentre sulla lunetta che sovrasta il portone d’ingresso, un artistico mosaico fiorentino raffigurante la Natività della Vergine Maria. 

A tavola, se siete nella stagione giusta, assaggiate il prodotto per eccellenza del territorio, il carciofoMazzaferrata”, chiamato così per la sua forma che ricorda l’antica arma medievale: si tratta di una cultivar autoctona di grande valore nutrizionale, che deriva dal Campagnano, varietà di carciofo Romano a ciclo tardivo che raggiunge la maturazione ideale tra la fine di marzo e aprile. 
Al verde “signore” del territorio è dedicata una sagra tra la fine aprile e gli inizi di maggio, che vi offre la possibilità di gustare pietanze che ne esaltano il sapore.