Beni Culturali e Ambientali

Sito archeologico di Aufinum

By 30 Novembre 2023No Comments

L’abitato protostorico di Capestrano è situato a 298 metri sul livello del mare. Qui si registrano i più antichi dati di uso del territorio in età neolitica. Sotto il villaggio moderno, presso le sorgenti del Tirino, è stata scoperta, nel 1934  una vastissima necropoli arcaica, la più famosa del territorio vestino, pertinente ad un vicino abitato, la quale prolunga la sua vita fino all’età imperiale. Da qui proviene il celebre guerriero trovato insieme al busto di una statua femminile, oggi conservati presso il Museo Archeologico Nazionale d’Abruzzo (Chieti). La zona della Conca di Ofena compresa tra Capestrano, Capodacqua e Ofena, risulta di eccezionale interesse non solo per la quantità e la qualità di materiali rinvenuti nel passato, ma soprattutto per la più che notevole continuità di vita che essa presenta. Si può affermare che nell’area si registra una presenza continua di insediamenti dal neolitico almeno fino al periodo tardoantico, una realtà raramente documentabile altrove.  Se per il periodo preistorico è accertata la presenza di insediamenti presso l’odierna frazione di Capodacqua, prima di questo studio rimaneva problematica la definizione del territorio nelle età immediatamente precedenti e in epoca romana. Le indagini effettuate sembrano  confermare una presenza cospicua e quasi netta nell’area circostante. All’interno di questa area si è identificata l’unica presenza monumentale attualmente leggibile, riconducibile ad un edificio teatrale e forse le tracce di terrazzamenti  Del resto a monte del teatro si segnalavano in passato tracce di un abitato antico, la cui esistenza sembra confermata dal rinvenimento di materiale fittile. Nella contrada “il Lago”, subito ad est dell’abitato sono localizzate tombe che vanno dal VI sec. a.C. all’età imperiale che sono da riferire ad un unico centro da identificare con l’antica Aufinum. Sono state individuate tre fasi archeologiche: il VI-V sec. a.C., documentato dalla ricca necropoli del Guerriero di Capestrano; il IV-III sec. a.C., attestato dalle tombe con ceramica a vernice nera e il periodo che va dal I sec. a.C. a tutta l’età imperiale, testimoniato dal materiale epigrafico (fino al II sec. d.C.) e da quello ceramico con la presenza di materiale di importazione. Il Guerriero di Capestrano è venuto casualmente alla luce nell’estate del 1934 al di sotto di un vigneto, vicino alla superstrada del Tirino, a valle del paese da cui prende il nome. Nella campagna di scavo, condotta tra il settembre e il dicembre dello stesso anno, vennero alla luce l’elmo, oggi mancante, il noto “Torsetto muliebre” rinvenuto sotto l’elmo ed una trentina di tombe, delle quali alcune ad incinerazione ed altre ad inumazione, databili le più antiche al V-IV sec. a.C., età del ferro. La statua fu scolpita dallo scultore Aninis. Il personaggio raffigurat , Nevio Pompuledio è un uomo armato di spada, coltello, coppia di lance e disco-corazza, riferibile al VI sec. a.C. L’iscrizione sul pilastro della statua ci racconta come Nevio Pompuledio fosse uno degli ultimi re che governavano i popoli dell’Abruzzo. Infatti agli inizi del V sec. a.C. il sistema monarchico e viene sostituito dal regime repubblicano con cariche elettive.  La scultura è stata ricavata da un unico blocco di pietra ed è alta cm. 253 con la base, 209 senza di questa e 171 senza l’elmo. Come si nota, sono gli 82 cm. aggiunti in altezza e l’ampiezza delle spalle, cm. 135, a conferire un’imponenza fuori del comune ad un’opera realistica e fantastica nello stesso tempo, così lontana da ogni riduttiva interpretazione estetica. Il copricapo, dall’incredibile ampiezza, è una calotta emisferica con una cresta innestata che genera una coda. Non si è molto d’accordo sui lineamenti del volto, stilizzati per alcuni, vera maschera protettiva o funeraria per altri. La fascetta costolata che gira intorno al collo, riassume sia una funzione ornamentale che una più propriamente protettiva. Ma il guerriero affida tutte le principali possibilità difensive del suo corpo ad una coppia di dischi, Kardiophilakes, posti, davanti e di dietro, all’altezza del cuore. L’addome è preservato da una “mitria” costituita da una piastra sagomata. Un geometrico sistema di fasce e cinghie sorregge il tutto. La vita è circondata da un’ampia cintura divisa in cinque strisce. Le armi sono costituite da una lunga spada con impugnatura decorata da figure umane scolpite disposte in duplice ordine, con l’elsa a crociera e una guaina con la figura di una coppia di quadrupedi; un coltello sovrapposto alla spada; un’ascia che, a causa del suo manico assai lungo, fa pensare ad uno scettro. Le tibie dovevano essere protette da schinieri, mentre i piedi da calzari e da corregge poste al di sotto dei malleoli. L’iscrizione dedicatoria disposta verticalmente su una sola riga, da leggere dal basso verso l’alto, ha generato dispute su dispute. Circa l’alfabeto usato, dovrebbe trattarsi di quello in voga presso le tribù sabelliche, il quale da Cuma sarebbe poi stato diffuso nella penisola, concretizzandosi quindi nelle tre varianti di alfabeto piceno (al settentrione), pretuzio (al centro) aternese ( ad occidente e a meridione). Il dialetto, poi, è vicinissimo a quello umbro-osco.